Forse come non mai la politica mondiale vive in difficoltà enormi! Ho voluto fare una spaccato della politica di casa nostra, riportando le situazione di complessità. Ogni persona si potrà fare un proprio punto di vista. Il popolo cristiano, il popolo credente, è chiamato a pregare il Signore chiedendogli di illuminare, guidare, le nostre autorità.
Siamo ormai entrati in piena recessione economica e i nodi stanno venendo al pettine tutti insieme, ma la vera ondata di piena arriverà tra marzo e maggio come tutte le previsioni annunciano. Intanto non cessano e anzi aumentano le turbolenze provenienti dalla crisi finanziaria e bancaria.
Si pensava e si sperava che questo secondo fronte si fosse placato, invece non è cosî. Dopo la Banca di Scozia la tempesta ha ripreso la sua virulenza sulle "majors" americane: la Bank of America, la JpMorgan–Chase, la Citigroup.
L´industria automobilistica dal canto suo non si regge più sulle sue gambe e interventi pubblici sono dovunque invocati e in molti paesi hanno già avuto attuazione.
In questo quadro recessivo mondiale che ormai comprende anche la Cina e le altre potenze emergenti, si stagliano per quanto riguarda l´Italia alcuni problemi specifici con caratteristiche proprie ai quali il calendario politico ha impresso nei giorni scorsi una forte accelerazione: il federalismo fiscale, la riforma contrattuale, i provvedimenti anticrisi, la ricerca delle risorse necessarie per farvi fronte e gli strumenti più appropriati da usare. Da pochi giorni il nuovo presidente degli Stati Uniti, che è insediato alla casa Bianca e non mancano le sue iniziative.
Ha preso tempo fino a febbraio per presentare un piano anticrisi di 825 miliardi di dollari cui seguiranno – ha annunciato – altri stanziamenti con l´obiettivo di creare nuovi posti di lavoro e un consistente sostegno dei redditi falcidiati dalla crisi. Nel frattempo ha marcato con provvedimenti immediati una profonda discontinuità rispetto alla politica del suo predecessore.
In politica estera ha messo al primo posto in agenda il tema del Medio Oriente chiamando a raccolta i protagonisti: Israele, Palestinesi, Paesi Arabi, Iran. Ha teso la mano all´Iran. Ha ribadito la lotta al terrorismo e l´importanza del fronte afgano. Ha dato inizio alla procedura per il ritiro delle truppe dall´Iraq.
Fin dal primo giorno ha abolito la tortura praticata in molte carceri speciali gestite dalla Cia. Torniamo nel nostro bel Paese.
La legge sul federalismo fiscale è stata approvata in Senato con il voto compatto del centro–destra, l´astensione del centro–sinistra e il voto contrario dell´Udc di Casini.
Bossi ha dato atto all´opposizione d´aver scelto un atteggiamento di saggezza che ha reso possibile un passo avanti di una riforma che la Lega ritiene essenziale. I commenti dei "media" hanno accolto con favore (e alcuni con moltissimo favore) questa novità parlamentare definendola "storica" e auspicando che possa estendersi ad altri temi sul tappeto a cominciare dalla riforma della giustizia. Si è parlato addirittura di un asse Veltroni–Bossi con ricadute importanti sul quadro politico italiano. E´ stata notata una palese irritazione di Berlusconi. E´ questa la realtà di quanto è accaduto? Oppure si tratta di una rappresentazione che contiene alcuni elementi di verità ed altri di falsità? Un elemento di verità riguarda i contatti tra il Partito democratico e la Lega. Sono stati frequenti e hanno dato luogo ad una riscrittura di alcune parti importanti della legge. Sulla valutazione delle differenze esistenti tra regioni povere e regioni ricche in materia di evasione fiscale, di efficienza organizzativa e di tempistica necessaria per rendere omogenei questi parametri.
Sull´istituzione di una Commissione che emetta i pareri richiesti per l´emanazione dei regolamenti attuativi della legge–delega. Sulla necessità di indicare i tributi propri delle Regioni e dei Comuni. Sulla parità dei diritti riconosciuti agli utenti di pubblici servizi (sanità, giustizia, trasporti, assistenza) sulla base di identici standard in tutto il territorio nazionale. Il "modello lombardo" che inizialmente fu la posizione della Lega e di tutto il centro–destra è stato abbandonato nel corso d´una trattativa durata molti mesi i cui risultati finali sono maturati nel lavoro in commissione parlamentare e infine approvati in aula.
Ma i risultati negativi non mancano e sono tutt´altro che marginali. Il primo riguarda lo squilibrio di fondo tra il Nord e il Sud, che la riforma cosî come è stata concepita aggraverà. Per limitare quest´aggravamento sarà inevitabile procedere con due diverse velocità. Il Nord potrà attuare la normativa via via che i regolamenti attuativi saranno emanati (con l´indispensabile accordo della conferenza Stato–Regioni); il Sud chiederà più tempo e continuerà a pesare sulla fiscalità generale.
Il secondo elemento negativo riguarda la completa assenza di stime circa il costo immediato della riforma e il costo di quando sarà a regime. Il ministro Tremonti, appositamente convocato in Parlamento per dare delucidazioni in proposito, ha dichiarato che era impossibile indicare cifre: mancano studi e criteri omogenei di valutazione. In queste condizioni nessuno può azzardare un pronostico, sarebbe come giocare alla lotteria specie in una fase terremotata dell´economia mondiale.
Tremonti ha indubbiamente ragione: il costo del federalismo fiscale cosî come è configurato nella legge–delega che è un manifesto ideologico più che una legge vera e propria, non è prevedibile. In realtà la legge–delega è uno scatolone vuoto, un indirizzo politico, non ci sono misure attuative, non esiste una carta delle autonomie locali che indichi chi fa che cosa; è aperta la questione delle provincie e delle aree metropolitane; è apertissimo il rapporto tra Regioni e Comuni; non è risolto il tema essenziale dei tributi propri.
In realtà questa non doveva essere una legge–delega ma semplicemente una legge di indirizzo alla quale doveva seguire una legge–delega ancorata ad una normativa concreta che sarebbe servita al Parlamento per controllare l´aderenza dei decreti delegati alla normativa indicata. In mancanza di criteri si tratta dunque di una delega in bianco, il classico caso del budino il cui gradimento si può misurare soltanto quando sarà stato mangiato. Si può approvare una riforma di questo tipo? Che di fatto instaura una "secessione fiscale" della Padania dal resto del paese? Senza conoscerne gli effetti sulle finanze dello Stato?
Il voto al Senato ha avuto il pregio di riconoscere i miglioramenti ottenuti e di dimostrare che il federalismo fiscale è obiettivo condiviso. Ma qui dovrebbe finire la condivisione su una delega impropria e non cifrata, priva di clausole di salvaguardia chiare e imperative.
Del resto l´astensione al Senato ha valore di voto contrario. La traduzione letterale sulla base del regolamento della Camera è il voto negativo. I "nordisti" del Pd fanno bene a voler competere con la Lega ma debbono farlo su un terreno appropriato alla vocazione di un partito nazionale quale è e vuole essere il Pd. Lo slogan di trattenere sul posto le entrate e destinarle alle spese di quel posto è il mantello d´Arlecchino e non può essere una visione nazionale del bene comune. Speriamo che i piemontesi, i lombardi, i veneti del Partito democratico non dimentichino la storia del nostro paese e il contenuto che i loro avi dettero alla sua unità.